Paura di essere liberi

Paura di essere liberi

Le mascherine, dal primo maggio, avrebbero dovuto essere appese al chiodo, ma continuano a penzolare sul volto di molte persone che non riescono a privarsene, come fossero ormai un oggetto transizionale, la copertina di Linus, per intenderci.

Il mondo dell’uniformità gregaria

Sembra si sia instaurato un meccanismo di conformismo subalterno, gerarchico: è come se le persone percepissero la necessità di indossare la mascherina come una sorta di dovere sociale, una specie di ossequienza all’autorità anche quando l’uso della mascherina risulta illogico, controproducente, folle.

L’uomo senza faccia

Peccato che l’uomo senza faccia si riduca ad una dimensione di obnubilazione della coscienza. Il nostro cervello è regolato da una zona molto ampia e strutturata  per il riconoscimento del volto e, quando viene negata alla nostra mente la possibilità di cogliere l’espressione, la fisionomia, le emozioni e la visione mimica del corpo e delle sue rappresentazioni mentali, è come se si procedesse ad una amputazione dell’anima.

Senza anima e senza spiritualità

La spiritualità è fonte di libertà: l’uomo che sceglie di avere una dimensione rivolta al divino, non può essere schiavo.

Al contrario, se l’uomo si riduce o sceglie di essere un ammasso di carne, di convenzione e convenienze è chiaro che si inginocchia ad ogni idolo.

Come sostiene lo scrittore britannico dello scorso secolo, Gilbert Keith Chesterton: “Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”. 

Quando un uomo smette di credere nella spiritualità, non è che crede nel nulla, ma crede a qualsiasi cosa, a qualsiasi superstizione, a qualsiasi falso mito della scienza, a qualsiasi forma di sottomissione al potere, crede a tutto quello che rende l’uomo un robot.

La totale mancanza di logica dei giorni nostri e la divisione tra gli uomini che si è verificata negli ultimi due anni è racchiusa in questo passaggio, sempre dello scrittore britannico: 

La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.

Italiani, un volgo disperso che nome non ha.

Gli italiani non sono stati mai un popolo di ribelli, anche se si tende a credere il contrario, confondendo la ribellione con la furbizia.

Churchill sosteneva, con la sua nota verve, che gli italiani non sono mai usciti da una guerra con lo stesso alleato con cui sono entrati.

«Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti»

E che dire di Manzoni quando nel terzo canto dell’Adelchi definisce il popolo come aduso a servire, e esorta i latini affinché non contino sull’aiuto dello straniero ma prendano in mano le proprie sorti per il Risorgimento nazionale?

Tra le righe del terzo canto non sembrerebbe difficile sostituire i latini con gli italiani e l’oppressore con il governo dei migliori a sua volta sottomesso al potere della finanza.

L’italiano dovrebbe uscire dalla condizione di opportunista mariolo, disposto a non indossare la mascherina, ma soltanto in segreto e se autorizzato magari dal parente sindaco.

Dovremmo, tutti insieme, uscire dal conformismo e dalla depressione ipocondriaca in cui siamo caduti, senza passioni o al massimo con passioni tristi, per citare Spinoza.

Si tratta di passioni che ci opprimono: l’odio, la gelosia, l’iracondia, ovvero tutte quelle passioni che abbassano il nostro potere di esistere e ci precludono la possibilità di sperimentare la gioia, e aggiungerei la fierezza.

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