È TEMPO DI CAMBIARE
Nel settembre del 1990 il giornalista Alain Elkann (non sono mai riuscita a rassegnarmi all’idea che sia il padre di Lapo) intervista Indro Montanelli.
Nel dipingere l’Italia e gli italiani, lo scrittore, fondatore nel 1974 de Il Giornale, fa un’analisi del popolo italiano che oggi, a 32 anni di distanza, suona come profetica. Nelle sue parole vi è una (io direi “la”) chiave di lettura di quello che è successo negli ultimi due anni in Italia tra gli italiani.
Il contesto storico dell’intervista
L’intervista si svolge qualche mese prima della convocazione di un Consiglio Europeo straordinario per necessità di riorganizzare il Continente in seguito alla caduta del Muro di Berlino e alla riunificazione della Germania, un anno prima dell’apertura del trattato di Maastricht, uno dei più importanti Consigli Europei della Storia per la creazione di una realtà geopolitica europea indipendente e due anni prima di Tangentopoli e l’inizio della Seconda Repubblica.

Alla domanda : “Quale domani, per l’Italia?” Montanelli risponde che non c’è nessun domani per un paese che ignora il proprio ieri e di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di sapere nulla.
Quello che trovo tanto sconvolgente quanto vero, nelle parole di Montanelli, che all’epoca aveva 81 anni, è il suo riportare una definizione dell’Italia che gli fu data personalmente, sessant’anni prima, dal grande giornalista Ugo Ojetti (Roma 1871- Firenze 1946)
“L’Italia è un paese di contemporanei” – gli aveva detto – e quello che il giovane Montanelli aveva considerato una “boutade” si è rivelato nel tempo, come egli stesso afferma, una amara verità.
Un paese di contemporanei è un paese senza antenati, né posteri perché senza memoria.
In questi due anni quante volte ci siamo detti che gli italiani non hanno memoria tanto da averne tradito la storia? Credo un’infinità. Sia quando si è trattato, nei mesi scorsi di ledere gli articoli della nostra Costituzione, sia oggi quando i più si bevono, senza batter ciglio, le affermazioni riviste e revisionate ad hoc di figuri che negano le loro nefandezze e le loro stesse parole. Mi ripeto, lo so, ma un Bassetti che parla di aspirina proprio non mi va giù.
Quante volte ci siamo chiesti che fine avesse fatto la nostra Storia?
Montanelli ci risponderebbe oggi, come 32 anni fa, nello stesso modo:
“L’Italia ha una storia straordinaria, ma non la studia, non la sa: è un paese assolutamente ignaro di sé stesso.”
Allora dobbiamo chiederci quanta responsabilità abbiamo noi insegnanti, quanta poca resistenza abbiamo opposto alla cancellazione lenta e continua della filosofia e della storia?
Mi permetto di aggiungere che ciò di cui l’Italia ha memoria sono due paroline che si contrappongono sempre e che oramai, giunta alla mia veneranda età, mi danno la nausea: destra e sinistra, tra l’altro due concetti assolutamente sovrapponibili e confusi, considerata la pletora di de-cretini che hanno visto la luce negli ultimi due anni.
Italia e italiani
Montanelli però fa una distinzione tra Italia e italiani.
Mentre per l’Italia non ci sarà un domani, per gli italiani quello stesso domani sarà brillantissimo.
Del resto, sostiene Montanelli, gli italiani sono i meglio qualificati a entrare in un calderone multinazionale perché non hanno resistenze nazionali.
Servilismo e individualismo
Gli italiani, prosegue lo scrittore, hanno dei “mestieri” in cui sono insuperabili e in Europa sono, senza ombra di dubbio, i migliori sarti, calzolai, direttori d’albergo, cuochi. Gli italiani sono imbattibili nei mestieri, senza intonazioni spregiative, servili.
Naturalmente l’individualità degli italiani si può affermare anche nel campo scientifico quando hanno a disposizione gabinetti europei veramente attrezzati, aggiunge Montanelli.
Come ci siamo comportati di fronte alle imposizioni senza senso degli ultimi due anni? Come, se non da buoni servilisti? Come stiamo comportandoci oggi?
Il concetto è duro, ma vero. Quanti scrittori e poeti hanno cantato l’Italia come patria divisa? Troppi.
Il forte si mesce col vinto nemico, | col nuovo signore rimane l’antico; | l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. | Dividono i servi, dividon gli armenti; | si posano insieme sui campi cruenti | d’un volgo disperso che nome non ha.
È tempo di cambiare.